Una interessante definizione di “coach”

Stavo leggendo un articolo di Joshua Miller su Linkedin e sono incappata in questa frase:

“A coach is someone who can give correction without resentment” (John Wooden).

Forse “correction” è un termine un po’ spiacevole e non del tutto appropriato, ma è la mancanza di risentimento l’aspetto che mi colpisce. In effetti è qualcosa che ho sperimentato, sia come coach sia come cochee. Qualcosa di completamente diverso rispetto a quando, per esempio, vorrei “correggere” un comportamento in mia figlia (o forse sarebbe meglio dire che vorrei “guidarla”, che comunque mi dà sempre l’idea di un sostituirmi in qualche modo all’altra persona, mentre il lavoro del coaching si fa in due, in una relazione paritaria). Oppure diverso anche da quando qualcuno mi dà un consiglio e io provo fastidio e un po’ di rabbia per questa soluzione che mi arriva già pre-confezionata, senza avere vissuto la mia difficoltà.

Nel coaching le soluzioni si scoprono insieme, e se c’è vera empatia non c’è imposizione e perciò nemmeno risentimento. Lo stare sullo stesso piano con il cliente rende il coach diverso dalla figura del consulente e anche un po’ più simpatico, diciamocelo. Soprattutto, il coaching fa sentire il cliente vero protagonista della propria vita e capace di prendere decisioni autonome. Non ci sono più scuse né colpe da dare a qualcuno, e anche per questo ogni tipo di rancore svanisce e, se mai, resta solo il perdono.

Se vi fa piacere leggere l’articolo da cui ho tratto ispirazione, eccolo qui:

https://www.linkedin.com/pulse/why-managers-fear-coaching-employees-joshua-miller

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