Questo racconto si è classificato primo per la sezione narrativa del concorso letterario Città di Melegnano 2001, organizzato dall'associazione e rivista letteraria Il Club degli Autori
Ho dei ricordi molto vaghi
di quella gita a Canterbury: le strade brulicanti di ragazzi come me in vacanza
studio; il tempo grigio, tipicamente inglese, che preannunciava già l'autunno;
la cattedrale, con tutte le sue storie di assassinii e di fantasmi; il pollo
freddo che mi aveva prepartato per pranzo la mia padrona di casa; un cream
tea gustato con Serena e Riccardo in un localino tradizionale, mentre il
resto del gruppo proseguiva la visita guidata della cittadina, sotto una
pioggerella sottile che faceva venire voglia di caminetti accesi e coperte di
lana sulle ginocchia. E la vecchia libreria. Quella me la ricordo bene, invece.
Aveva un'insegna verde, una porticina che bisognava chinarsi per attraversarla e
un'unica vetrina da cui si vedevano soltanto scaffali su scaffali traboccanti di
libri impolverati. Riccardo era un appassionato di libri antichi e di
biblioteche, così non ci fu verso di trattenerlo dall'entrare.
All'interno il negozio era
ancora più impressionante che da fuori: gli scaffali arrivavano fino al soffitto
e i libri occupavano ogni spazio, in doppia e tripla fila, orizzontali o
verticali, in mucchi e pigne disordinate: ovunque ci potesse essere un
centimetro libero, esso era stato riempito da fogli ingialliti e rilegature in
pelle o stoffa sdrucita. Il libraio era esattamente come ci si potrebbe
immaginare un personaggio appena uscito dalle pagine de La Storia
Infinita o qualche altra favola fantastica. Era molto anziano, con capelli
bianchissimi e occhialetti tondi cerchiati d'oro. Sembrava essere anche lui
parte integrante dell'arredamento del negozio, quasi indistinguibile tra le
montagne dei libri, tant'è vero che quando ci rivolse la parola ci colse di
sorpresa, perchè fino a quel momento avevamo creduto di essere
soli.
- Posso aiutarvi? State
cercando qualcosa in particolare? - chiese.
- Veramente non lo so! Se
potessi comprerei ogni libro che vedo... - rispose Riccardo, con lo sguardo
trasognato di una ragazzina al primo concerto del suo cantante preferito. - ...
ma immagino che sia tutto terribilmente costoso...
- Ti sbagli, ragazzo, guarda
bene i prezzi segnati a matita sul frontespizio. Certo, ci sono anche dei pezzi
d'antiquariato, ma per lo più raccolgo soltanto dei libri
vecchi.
- Vecchio è un aggettivo che
non trovo appropriato per i libri -, continuò Riccardo. - Non credo che i libri
invecchino, se mai mantengono sempre giovani e vitali le storie che raccontano,
le immortalano nel pieno del loro vigore e le conservano così, come statue di
marmo lisce e perfette.
- Va bene, va bene, - si
spazientì Serena - però adesso piantala con le tue solite dissertazioni,
altrimenti facciamo notte! Allora, hai deciso cosa
comprare?
- Fa male a criticare il suo
amico, signorina -, disse il vecchio libraio. - Lui ha colto nel segno: il senso
di un libro è l'eternità. Ciò che è scritto resta per sempre. La parola
scritta dà un significato alle cose e lo blocca nel tempo. Rileggere un libro è
come ritrovare un vecchio amico dopo tanto tempo e accorgersi che non è affatto
cambiato.
Serena rimase zitta, e
lasciò che Riccardo scegliesse in pace i suoi libri: alla fine si decise per una
storia dell'Inghilterra medievale, un volume di racconti di viaggio e una prima
edizione dell'Ulisse di Joyce. Nonostante i prezzi buoni propagandati dal
negoziante, Riccardo diede fondo a tutti i soldi che gli sarebbero dovuti
bastare per una settimana, proponendosi il digiuno piuttosto che rinunciare
all'acquisto. Nel frattempo, il mio sguardo cadde su un piccolo libro dalla
copertina verde, con il titolo in oro ormai quasi completamente sbiadito. Era
un'edizione di inizio secolo dei racconti di Edgar Allan Poe. Costava soltanto
quattro sterline, perciò decisi di comprarlo per regalarlo a mia sorella Milena,
grande lettrice di Poe. Sempre che non mi facesse arrabbiare troppo al mio
ritorno a casa, perchè allora il libro me lo sarei tenuto
io.
Felice del mio acquisto,
uscii dal negozio sfogliando quelle pagine sottili come carta velina. Sulla
prima, l'antica proprietaria aveva scritto il proprio nome con una calligrafia
precisa e leggermente inclinata. Emily Crawley. Immaginai quanti anni potesse
avere quando aveva letto quei
racconti per la prima volta, che espressione avesse il suo viso, quali emozioni
avesse provato nel seguire quelle trame intricate e lugubri, se si fosse
spaventata oppure no. Mentre mi ponevo tutte queste domande, mi accorsi che tra
le pagine c'era qualcosa. In un primo momento credetti che si trattasse di un
segnalibro di cartone, poi vidi che era una lettera, datata 15 agosto 1910.
Rabbrividii, ritrovandomi in mano un pezzo di storia privata di quella donna
sconosciuta, proprio nello stesso giorno, esattamente ottant'anni dopo, in cui
quella lettera era stata scritta. La coincidenza della data mi sembrò quasi un
segno del destino, come se, trovando la lettera proprio in quel giorno, mi
venisse assegnata una sorta di missione da compiere o incarico da portare a
termine. Serena mi strappò subito il foglio di mano e lo lesse ad alta
voce:
Cara
Emily,
davvero non riesco a capire
la tua decisione di non vederci più, proprio adesso che sappiamo del bambino che
aspetti da me e che i tuoi genitori
si vedrebbero obbligati a lasciarci sposare. Dici che lo fai per il mio bene,
perchè la tua famiglia finirebbe per rendermi la vita impossibile, ma io non
accetto l'idea che nostro figlio
debba crescere senza un padre. Ti supplico di ripensarci. Io non potei mai
essere felice senza di te. Se non mi vorrai sposare me ne andrò per sempre, non
potrei mai sopportare di vedere crescere nostro figlio senza poterlo tenere fra
le mie braccia, senza poter tenere stretta TE di nuovo fra le mie braccia! Se mi
vuoi ancora, vediamoci domenica mattina dietro alla chiesa, dopo la funzione. Ti
aspetterò per mezz'ora, altrimenti queste poche righe saranno il nostro addio.
Lo sai che ti amo, ogni avversità diventerebbe sopportabile al tuo fianco, non
mi importa se tutti penseranno di me che ho messo incinta la figlia del
gioielliere per mettere le mani sulla sua dote. So che non è così, e lo sai
anche tu, questo mi basta. E' vero, sono povero, ma il lavoro non mi spaventa:
sarei disposto anche a fare lo sguattero, pur di averti come moglie. Ti prego,
vieni all'appuntamento.
Ti abbraccio, con tutto il
mio amore.
James
- Che storia appassionate! -
esclamò Serena, ripiegando il foglio al termine della lettura - Chissà come sarà
andata a finire, se il sogno d'amore di James è stato coronato oppure
no?!
Continuavo a sentirmi
strana, come sull'orlo di un'illuminazione, in attesa di risposte. Ripensai a
quello che aveva detto il libraio sul potere della parola scritta, sulla sua
capacità di fissare e definire la realtà in eterno. Nella lettera di James la
situazione di incertezza in cui lui viveva il 15 agosto 1910 era rimasta
immutata per interi decenni, ma forse la realtà si era dipanata su un binario
parallelo, senza che noi potessimo saperlo semplicemente da quanto avevamo
letto. Provavo una forte curiosità di scoprire se quelle parole affettuose e
tristi avessero determinato una svolta nella vita dei due amanti o se fattori
esterni fossero intervenuti a mutare le loro intenzioni.
- Sapete cosa vi dico? -
decisi - Voglio assolutamente andare a vedere chi abita adesso a questo
indirizzo scritto sulla busta!
- Non penserai che dopo
ottant'anni qualcuno degli antichi Crawley sia ancora in circolazione? - disse
Riccardo, pessimista come al solito.
- Certo che no, ma magari
qualche discendente, o qualcuno che li abbia conosciuti, forse sì, zuccone! -
intervenne Serena, sempre pronta a punzecchiarlo (in quel momento ebbi la netta
sensazione che in fondo quei due si piacessero).
Seguendo la strada su una
mappa della città che avevamo in dotazione, dopo non molto ci trovammo di fronte
a una casa in stile vittoriano, che in origine doveva essere stata costruita per
persone appartenenti all'alta società del luogo. Dappertutto trasudava un'aria
di eleganza dimenticata dal tempo, ci si aspettava di veder comparire da un
momento all'altro qualche signorotto dei romanzi di George Eliot. La nostra
sorpresa fu grande quando leggemmo sul citofono (ovviamente un'innovazione
recente rispetto all'età della casa) il nome dell'inquilino: Emily Crawley!
Incredibile, le coincidenze si susseguivano una dietro l'altra. A quel punto non
era più possibile tornare indietro. Suonai il campanello senza
esitazioni.
- Dite che è la stessa Emily
Crawley della lettera? - fece Riccardo.
- Se fosse lei dovrebbe
avere più o meno cent'anni! - risposi.
- Credo che sia molto
improbabile trovarci di fronte una centenaria, ma staremo a vedere -, disse
Serena.
Ci venne ad aprire, invece,
una ragazza sulla trentina, alta e bionda, con il viso lentigginoso e gli occhi
sorridenti. Ci guardò con aria interrogativa. Forse, vedendoci con la cartina in
mano, pensò che ci fossimo persi. Comunque non sembrava diffidente, se ne stava
lì davanti all porta spalancata, senza sapere bene come
comportarsi.
- Sì? - fu tutto quello che
riuscì a dire, alla fine, raccogliendoci tutti e tre in uno sguardo
globale.
- E' lei Emily Crawley? -
chiese Riccardo.
- Sono io,
perchè?
Come spiegare ciò che ci
aveva spinti fino a lei? Mi limitai a porgerle il libro, con la lettera
appoggiata sulla copertina. La ragazza osservò attentamente il volume e poi
lesse lo scritto di James. Un misterioso sorriso apparve sulle sue labbra mentre
procedeva nella lettura. Sembrava catturata da un'inspiegabile
felicità.
- Venite dentro, che vi
offro una tazza di tè -, ci invitò quando ebbe finito.
Entrammo in silenzio in un
salone grandissimo, guardandoci intorno, sempre più curiosi. All'interno
l'arredamento era moderno e funzionale, ma tutto lasciava immaginare l'antica
eleganza di quell'edificio, e una galleria di ritratti, probabilmente di
antenati, ci guardava dall'alto della scala. Ci accomodammo su alcuni divani
disposti di fronte a un camino e attendemmo il ritorno della padrona di casa. La
donna riapparve prima con un vassoio colmo di biscotti allo zenzero fatti in
casa, sparì di nuovo e ricomparì con un altro vassoio, con bricchi, tazze e
piattini. Poi si sedette con noi.
- Dove avete trovato il
libro? - chiese, senza troppi preamboli.
- L'abbiamo comprato da un
libraio che vende libri usati ,- rispose Serena - ma come sia finito lì davvero
non saprei dire.
- Immagino l'abbia venduto
mio fratello -, disse Emily. - Ai tempi dell'università poco ci mancava che ci
vendesse tutta la biblioteca per comprare i libri di testo! Vedete, nonostante
l'aspetto di questa casa, non siamo poi così ricchi. La gioielleria di cui parla
la lettera è stata venduta già da mio nonno. Ora siamo una normale famiglia
della media borghesia.
Ci fu un attimo di silenzio.
Forse a Emily sembrava di aver parlato troppo, ma dopo qualche istante
riprese:
- Il libro è vostro, ma vi
dispiace se tengo la lettera? Vorrei tanto mostrarla a mia
nonna
- Ma certamente -, risposi.
- perdoni la domanda, ma sua nonna è la Emily della
lettera?
- No -, disse lei. -
Veramente è sua figlia. Per tanti anni ha sempre creduto che il suo padre
naturale se ne fosse andato di sua volontà, abbandonando lei e la madre ai
pettegolezzi e alle malignità dei vicini e dei parenti. Ha vissuto sempre una
vita ritirata e piena di vergogna per la sua condizione di illegittima. Tutta la
nostra famiglia è sempre stata convinta di questa versione dei fatti. Io stessa
fino ad oggi... Incredibile, la bisnonna Emily! Testarda e indipendente come me
l'hanno sempre descritta: sicuramente non si è mai presentata all'appuntamento
con James. Per non rovinare la vita del suo uomo, ha voluto portare da sola
questo peso sulle spalle! Sono tanto felice che mia nonna venga a conoscenza
della verità, prima di morire... Vi ringrazio moltissimo, ragazzi, se non fosse
stato per voi questa lettera sarebbe rimasta tra le pagine del libro ancora per
chissà quanto tempo. E forse non avrei mai potuto
leggerla.
Sul pullman che quella sera
ci riportava a Londra restammo tutti e tre insolitamente silenziosi. Sono certa
che ognuno di noi pensava le medesime cose sui segni del destino, sulla potere
della parola scritta e su un'anziana nonnina che finalmente, grazie a tutto
questo, avrebbe ritrovato la serenità. E mentre il buio calava rividi nella mia
memoria il volto del libraio e la casa vittoriana di Emily, e per un istante
tutto mi sembrò, ancora una volta, un racconto nato dalla fantasia di uno
scrittore.