CLELIA

Per Illa, coltivatrice di sogni


Aveva quello strano modo di lasciare le frasi a metà, quasi desse per scontato che i suoi interlocutori dovessero per forza giungere alle sue stesse conclusioni senza bisogno di essere guidati fino in fondo al ragionamento, o come se all'ultimo momento le mancassero le parole. E allora le uscivano di bocca pensieri monchi, del tipo: "Verrei volentieri in piscina con te, però sai...", oppure: "Ma guarda quei due, non vorrei che...", o ancora: "La situazione mi sembra un po'...". Trovavo difficilissimo dare un senso compiuto a ciò che diceva. In tutta franchezza consideravo Clelia una persona estremamente irritante. Mi estenuava. Sembrava mezza tonta, eppure agli esami prendeva tutti trenta, e come se non bastasse vinceva tutti i concorsi letterari a cui mi iscrivevo anch'io. C'era tra noi una sorta di rivalità inespressa, nella quale io finivo inevitabilmente per giocare il ruolo della perdente. Poi, un giorno, le parti avevano cominciato ad invertirsi: lei aveva iniziato a prendere voti più bassi e a perdere interesse per la nostra comune passione letteraria, e io avevo gioito come una bambina, convinta che il fatto di riuscire finalmente a "batterla" in quella nostra gara fosse necessariamente un mio merito, non certo il sintomo e l'espressione di una sua debolezza o disagio. Me ne accorsi solo quando era ormai troppo tardi per porvi rimedio.

 

Troppo tardi. Clelia. Solo ora mi rendo conto di non averla mai guardata realmente in volto, di non avere mai letto nei suoi occhi il male che la tormentava. Mi passava accanto ogni giorno, ma il pensiero che avesse avuto bisogno d'aiuto non mi sfiorava neppure. Ero troppo presa dai miei futili successi per voler affrontare faccia a faccia il suo dolore. Non l'ho mai nemmeno invitata a casa mia, non ho mai raccolto le sue confidenze, non ho mai avuto idea delle catene che la tenevano prigioniera. Forse avrei potuto fare qualcosa. Salvarla dagli altri e da se stessa. Ma adesso è troppo tardi. Nei suoi occhi chiusi non si accenderà più nessuna luce. L'ha spenta per sempre quell'ultima maledettissima dose. Sono venuta all'obitorio perchè non ci volevo credere, e nemmeno adesso che lei è lì di fronte a me riesco a crederci completamente. Sembra una statua di cera, quella ragazza vestita da sposa, non è Clelia; le sue spoglie sono come quelle dei santi che mettono in mostra sotto l'altare di qualche chiesa. Non è una persona, quella, ma un'entità sconosciuta che incute soggezione e sembra avere ancora così tante cose da dire... Se avessi saputo ascoltarti, Clelia! Se avessi saputo vederti!

 

- Ma che hai, Roberta? Ti sei incantata? Ma non è che... - Clelia mi guarda con quei suoi occhi azzurri, vivi e palpitanti di energia. Per la prima volta i suoi monconi di frasi giungono alle mie orecchie come una benedizione. Avrei voglia di abbracciarla, ma non capirebbe mai.

 

- Niente, stavo solo sognando ad occhi aperti... Senti, che ne diresti di venire a casa mia questo pomeriggio?

 

- Volentieri, devo solo andare un attimo...

 

- No, guarda, vieni subito, ti offro il pranzo!

 

Non ti lascerò incontrare nessuno spacciatore, Clelia, se è questo che avevi in mente. D'ora in poi mi occuperò io di te. Se la mia sia stata una premonizione o se mi sia stata concessa una seconda possibilità, questo probabilmente non lo saprò mai, ma sento di avere finalmente nelle mie mani la possibilità di cambiare le cose. Basta imparare a leggere le persone con gli occhi dell'anima. Basta cambiare se stessi.




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