GRIGIOINVERNO

Per gli amici di sempre


Il vento spazzava le foglie a Levanto, quella mattina. Marta spalancò la finestra della sua camera, che si affacciava direttamente sul lungomare, e rimase in attesa. Nulla. La primavera era ancora lontana. Nessun profumo di fiori e di terra umida. Ancora silenzio e freddo e rumori attutiti dal frangersi delle onde contro il muro del piccolo molo. Era durato a lungo l'inverno, quell'anno. Marta sentiva feroce la nostalgia per quel senso di rinascita che provava ad ogni primavera, come se lo sbocciare della natura rivivesse in lei come un germoglio dell'anima... o forse stava diventando troppo vecchia per continuare a provare certe sensazioni? Forse quell'anno la primavera non sarebbe arrivata per lei, si sarebbe cristallizzata nel gelo degli anni che aveva ormai vissuto, diventando ricordo e rimpianto, anzichè energia e vita. Si sentiva come un albero senza linfa, ma sapeva bene che non era solo colpa del protrarsi dell'inverno. Qualcosa dentro di lei si era prosciugato, l'aveva lasciata arida e riarsa come sabbia di deserto. Da quando lui se n'era andato. Aveva conosciuto Marcello l'estate precedente. Era un bel ragazzo d'aspetto mediterraneo: riccioli scuri e abbronzatura di quelle che non sbiadiscono nemmeno d'inverno. Lavorava come stagionale nella gelateria più famosa della cittadina. E fin dalla prima volta che era capitata in negozio e aveva chiesto un gelato alla frutta, lui non aveva smesso un attimo di guardarla, con quei suoi occhi scuri, profondi e insistenti, un po' beffardi, anche, ma carichi di calore e simpatia. Aveva cominciato a corteggiarla quasi per gioco, le suggeriva i gusti di gelato più strani, ammiccandole e decantando le loro proprietà afrodisiache, finchè un giorno in cui lui non era di turno si erano incontrati in pizzeria; essendo entrambi soli, avevano condiviso lo stesso tavolo e avevano cominciato a scambiarsi confidenze. Lui le aveva raccontato di non avere ancora amici, in paese, perchè il suo lavoro lo teneva molto impegnato. Faceva dei turni extra per portare a casa più soldi alla fine della stagione. Alla sera tornava nel suo appartamento e si addormentava di schianto, senza nemmeno disfare il letto. Marta gli raccontò invece della sua vita da single, del suo lavoro da imprenditrice che le aveva impedito di crearsi una famiglia e una vita privata, di come anche le sue frequenti vacanze a Levanto in fin dei conti non fossero altro che una propaggine del suo lavoro. Quello fu l'inizio di tutto. La mattina dopo si risvegliarono avvolti da lenzuola di seta e dal loro stesso inatteso abbraccio. Il profumo di incenso bruciato si mischiava a quello delle brioche fragranti e del caffè portato da una discreta figura di cameriera che aveva finto di non vedere la sua padrona tra le braccia dell'avvenente sconosciuto e non l'aveva svegliata scostando bruscamente le tende come era solita fare tutte le mattine. Ma che se ne fosse accorta, non c'era dubbio, perchè le tazzine deposte sul vassoio erano due, non una come d'abitudine. Erano rimasti chiusi in camera tutto il giorno, ed era quello il ricordo più bello che Marta serbava nel suo cuore. Perchè quando Marcello, quella sera, se ne andò per tornare al suo lavoro, il sogno si infranse come una lastra di cristallo. Era stato tutto troppo bello, troppo perfetto. Un senso cupo di angoscia cominciò a serpeggiare nell'animo della donna. Certo, avrebbe potuto prendere l'accaduto alla leggera, diventare l'amante di quel ragazzo per tutto il tempo che sarebbe durato, assorbire ancora dal suo corpo l'energia che aveva saputo trasmetterle, finchè la loro storia non fosse finita, morta di morte naturale, com'era destino che succedesse. Ma lei non avrebbe sopportato di vederla finire, preferiva troncarla subito. Altrimenti sapeva che si sarebbe affezionata troppo a Marcello, che avrebbe sofferto infinitamente nel momento in cui lui avrebbe posto fine alla loro relazione. Se solo avesse avuto la sua età, quindici anni in meno, avrebbe potuto provare a tenerlo stretto a sè con la bellezza e freschezza della gioventù, ma a quarant'anni, quanto sperava che potesse durare l'aspetto attraente che aveva calamitato per qualche giorno un giovane di venticinque? E poi un altro dubbio, ancora peggiore, si insinuava tra i suoi pensieri: adesso che lui si era reso conto di quanto lei fosse economicamente agiata, non avrebbe cercato di sfruttare questa situazione a suo vantaggio? Ma non ce l'aveva fatta. Tutti i suoi buoni propositi si erano sciolti quando lui le era capitato sotto casa in piena notte, dopo il lavoro, con una vaschetta di gelato che per qualche ora divenne loro unico cibo e compagnia delle fantasie più impensate. E così non riuscì a prendere una decisione definitiva, nemmeno il giorno dopo, nè quello dopo ancora. Marcello era diventato per lei come l'acqua dell'eterna giovinezza, si vedeva bella e desiderabile attraverso i suoi occhi. Lui le faceva da specchio, riflettendo una persona diversa da quella che Marta aveva conosciuto fino pochi giorni prima, l'immagine di una donna trasfigurata dalla felicità e dalla passione. Tuttavia, alla fine, l'estate, insieme alle foglie, si era portata via anche il suo amore. Lui l'aveva supplicata di non partire, aveva pianto come un bambino, e lei l'aveva consolato come una madre, dicendogli che presto avrebbe trovato una ragazza più adatta a lui, una della sua età, che avrebbe saputo ricambiarlo come meritava. Marcello le aveva risposto con rabbia che lei lo stava abbandonando solo per paura di essere a sua volta abbandonata, e in cuor suo Marta sapeva che era vero. E così lui se ne andò una mattina presto, senza lasciare un indirizzo nè altro recapito, e da allora lei non l'aveva più visto. Era tornata in città, al suo lavoro e alla sua ben organizzata vita quotidiana, ma una parte di lei si rifiutava di riadattarsi ai ritmi e alle tiepide emozioni che avevano scandito la sua esistenza prima del suo incontro con Marcello. Era tornata a Levanto in inverno, con la segreta speranza di rivederlo, ma di lui nessuno sapeva più nulla, alla gelateria dove aveva lavorato le dissero semplicemente che era tornato al suo paese alla fine della stagione. Marta si era detta che era molto meglio così, in fondo. Se lo avesse ritrovato non sarebbe stata capace di lasciarlo un'altra volta. Eppure in ogni volto di giovane uomo che incrociava, cercava quello sguardo, quel sorriso che la avevano riscaldata soltanto qualche mese prima. Il vento continuava a spazzare le foglie, quella mattina. Marta si disse che doveva essere proprio vecchia se si perdeva in questi pensieri così malinconici, come se la sua vita fosse già qualcosa di buttato dietro alle spalle piuttosto che qualcosa ancora da realizzare. Si accorse di avere le lacrime agli occhi. "Ma certo, sono solo una vecchia stupida che si commuove per niente", pensò. Si asciugò gli occhi e fu allora che lo vide: un enorme mazzo di rose rosse, e dietro al mazzo, lui. A volte i miracoli... Gli si precipitò incontro, dimenticando e dimenticandosi, di nuovo protesa verso un futuro senza più rimpianti. Quanto sarebbe durata la felicità questa volta? Forse solo pochi giorni, fino al prossimo maledettissimo dubbio, fino alla fine della vacanza. Ma non voleva pensarci. Ciò che contava era che, finalmente, per lei era ricominciata la primavera...




Torna all'indice generale