
Fortunato lavorava alla stazione della metropolitana di Cadorna. Era fiero della sua bella divisa blu e, anche se il suo lavoro era un po' noioso, tutto il giorno dentro quel gabbiotto, a controllare che nessuno facesse il furbo e passasse i cancelli senza il biglietto, non gli dispiaceva guardare dentro al monitor ed immaginare la vita di tutte le persone che quotidianamente salivano e scendevano dai treni. Era un po' come vedere un film. Ti affezionavi ai personaggi, ti sembrava di conoscerli da sempre: ogni giorno una nuova puntata, quasi fosse un'interminabile soap opera, banale e scontata come la routine della vita quotidiana. A lui, che era un appassionato di Shakespeare, veniva sempre in mente quella poesia che inizia "Tutto il mondo è un palcoscenico…". Ed era proprio così: ogni persona che calpestava quelle banchine sembrava avere un suo ruolo preciso e definito, dagli uomini d'affari con le loro inseparabili ventiquattr'ore, ai fidanzati che a giorni alterni litigavano o si scambiavano effusioni, agli anziani un po' spaesati e confusi dalla folla, agli studenti colorati e chiassosi… una bella fetta di mondo che ogni giorno passava sotto i suoi occhi un po' miopi ma sempre attenti e partecipi.
Da quando era nato, quarant'anni prima, aveva vissuto con i suoi genitori, ed ora che suo padre era mancato era rimasto accanto alla madre, un po' per pigrizia, un po' per la necessità di prendersi cura di lei, che non aveva nessun'altro al mondo. Non si era mai sposato. Non che non fosse un uomo di bell'aspetto, ma le donne lo avevano sempre giudicato troppo serio ed incapace di passioni travolgenti. In una parola, noioso. Lui si era inspiegabilmente adeguato a questa immagine che gli altri avevano di lui, entrandovi dentro come avrebbe potuto indossare un vestito fatto su misura. Ci si era addirittura trovato a proprio agio, in questa seconda pelle, pensando, con un senso di superiorità, che chi non era capace di andare oltre a quello che si diceva in giro sul suo conto, certo non meritava la sua amicizia. Ma da qualche tempo non ne era più molto convinto. Si sentiva solo. E in aggiunta a questo, c'era una giovane donna che l'affascinava moltissimo, e che non aveva alcuna speranza di poter avvicinare. Certo, lei gli sorrideva, mostrandogli l'abbonamento mensile, ma forse era solo per distrarlo, tuttavia lui si era accorto benissimo che la tessera era scaduta! Aveva taciuto e l'aveva lasciata passare, un giorno, e un altro, e anche il successivo, e così sempre, ammaliato da quello sguardo da gatta e da quell'aria spavalda e sbarazzina. Gli rimordeva la coscienza, a lui che era sempre stato la correttezza fatta persona, ma proprio non ce la faceva a non dargliela vinta, diventandole complice suo malgrado.
Fortunato non avrebbe saputo dire se ne era innamorato oppure no, certo era che non si sentiva più se stesso. Chiamarla passione era troppo, la passione non si confaceva a un tipo come lui. Infatuazione, forse. Sconvolgimento emotivo, ecco. Nel suo analizzare quasi tecnicamente la situazione in cui si era venuto a trovare, Fortunato si accorgeva di come la sua vita stava cambiando, in funzione di quei cinque secondi al giorno in cui gli occhi della ragazza si posavano su di lui come una carezza. Prese a curare di più il suo aspetto, a provare il desiderio di farsi vedere in abiti diversi. Divenne insofferente nei confronti della divisa che era costretto ad indossare, avrebbe preferito un maglione sportivo e un paio di jeans che lo avrebbero fatto sembrare più giovane e allegro. Magari perfino più sexy. Si rendeva conto che lei stava approfittando del potere che aveva su di lui. Lo capiva da quella luce di trionfo che le balenava nelle pupille, da quel sorrisino che le faceva alzare gli angoli della bocca, dal suo passo che si allungava in una specie di saltello. Ma tutti questi particolari gli facevano perdere la testa ancora di più. Avrebbe voluto fermarla, chiederle almeno il suo nome, ma ogni volta che ne avrebbe avuto l'occasione finiva per accontentarsi di quel sorriso fuggevole e la seguiva con lo sguardo giù per lo scalone e poi in banchina, dal monitor del suo gabbiotto, incapace di staccarle gli occhi di dosso. Prese invece a pedinarla, nei giorni di riposo, a poca distanza, come un novello, solitario Sherlok Holmes, sperando di scoprire qualcosa sul suo conto. E fu allora che, a due passi da lei, senza essere visto o riconosciuto, udì quel commento.
Quel giorno la giovane giunse alla stazione di Cadorna in compagnia di un'amica. Guardò per un attimo dietro ai vetri della guardiola, sincerandosi così che Fortunato non fosse presente, poi estrasse a malincuore un biglietto di tasca, dicendo alla ragazza che era con lei: "Peccato! Oggi non c'è quell'idiota che mi fa passare tutte le volte con l'abbonamento scaduto…mi toccherà pagare!"
Ma allora era proprio perfida, si comportava così solo per fare un dispetto a lui! Fortunato ne fu inizialmente deluso, ma dentro di lui germogliò il seme di una sottile vendetta che gli impedì di abbatersi e lo fece addirittura sorridere tra sè e sè. Si sentì lucido come non mai, il fuoco della rabbia gli ardeva dentro, ma l'avrebbe spento con un piccolo colpo a sorpresa. Finalmente avrebbe trovato il coraggio di affrontarla, ora che sapeva di essere per lei soltanto un oggetto di scherno. Il giorno siccessivo, la fermò:
E, strano, lei per la prima volta lo guardò davvero. E per la prima volta il suo sorriso così seducente era rivolto a una persona reale e non a un fantoccio che usava per i suoi giochi. Con tutta la vergogna di essere stata colta in fallo, ma anche con la curiosità di conoscere davvero chi le stava di fronte. E così accetto l'invito.