Fu allora che cominciai a sentire quelle voci. Da principio erano soltanto dei bisbigli quasi impercettibili, come un lontano rumore di foglie agitate dal vento. Poi le parole si fecero più scandite, rabbiose e graffianti, trattenute a stento, colme di ira soffocata. Richiusi la finestra, rabbrividendo nonostante il caldo torrido di quel pomeriggio di agosto, per non assistere involontariamente alla lite dei miei nuovi vicini di casa. Non servì a nulla. Le parole sembravano filtrare attraverso i muri come l'acqua da una tubatura scoppiata, riempivano il mio appartamento quasi fosse una cassa di risonanza in cui i toni e gli accenti venivano amplificati, cancellando ogni altro rumore, fino a diventare l'unico suono percettibile.
VOCE FEMMINILE: Io ti ammazzo, giuro che ti ammazzo, maledetto verme!
VOCE MASCHILE: Sempre che non sia io il primo ad ammazzare te… Faresti bene a guardarti le spalle, d'ora in poi…
VOCE FEMMINILE: Credi forse di farmi paura? Ormai le conosco, le tue minacce… Non ti temo più. Qualsiasi cosa sarebbe meglio che dovere sopportare ancora questa situazione…
VOCE MASCHILE: E fai male a non avere paura di me. Lo sai di cosa sono capace.
Non volevo più ascoltare. Tanto odio era davvero troppo perchè lo potessi sopportare. Faceva paura, mi entrava nelle ossa come una malattia, lasciandomi senza forze, incapace di distogliere l'attenzione da ciò che stava accadendo nell'appartamento accanto. Sentivo rumori di oggetti infranti, scagliati con forza contro il muro, percepivo chiaramente la violenza della lotta, persino l'ansimare dei due, interrotto a sprazzi da grugniti e imprecazioni. Avrei voluto fare qualcosa. Sentivo che era necessario fermarli prima che si compisse una tragedia, ma ero come paralizzata, tutto il mio essere concentrato nel senso dell'udito.
RUMORE DI PORTA CHE VIENE SBATTUTA. PASSI CHE SI ALLONTANANO.
VOCE FEMMINILE: Infame, porco, lurido bastardo, non lasciarmi qui in questo stato!!! Torna indietro subito! Ivan! … Iiivaaan!!!
SINGHIOZZI.
Feci violenza a me stessa e mi scossi da quella specie di trance che mi aveva tenuta immobilizzata fino a quel momento. Mi precipitai sul pianerottolo, ma non vidi nessuno. Provai a suonare il campanello della porta accanto. Nessuna risposta. Ero terrorizzata dall'idea che la donna potesse essere rimasta ferita durante la lotta e avesse bisogno di aiuto. Non sentivo più piangere, ma non era detto che quello fosse un buon segno. Presi a picchiare come una pazza all'uscio, chiamando a gran voce, tanto che richiamai l'attenzione della signora del piano di sopra, che sporse il suo viso rugoso e giallognolo dalla tromba delle scale, con aria interrogativa.
E detto questo se ne tornò in casa, scuotendo il capo e brontolando qualcosa a proposito dei giovani d'oggi che fanno sempre uso di certe sostanze impronunciabili.