LA PRIMAVERA IN TASCA

Per tutti i figli del mondo


Faceva freddo, quella mattina: l’aria era gelida e silenziosa come un muro di ghiaccio. Di solito Manuel non usciva di casa così presto, ma quello non era un giorno come tutti gli altri. Il ragazzo tirò la lampo della sua giacca a vento fin sotto il collo, incrociò le braccia sul petto per sentire più caldo e attraversò il giardino. Oltrepassò il cancello, lo richiuse alle sue spalle e si ritrovò in strada, con i lampioni che illuminavano i suoi passi di una luce fioca e più sconfortante di uno sguardo di disapprovazione. Ma nonostante tutto era finita. Se ne sarebbe andato per sempre. Aveva raccolto le sue poche cose in uno zaino, scritto due righe di spiegazione ai suoi familiari (che non si meritavano di più) e ora era lì, un po’ confuso ma libero, con una nuova vita da costruire. Era successo tutto così in fretta che non aveva avuto il tempo di fare progetti: adesso bisognava decidere dove andare. Doveva lasciare il paese prima che i suoi potessero dare l’allarme. Magari salire sul primo treno… ma partivano treni a quell’ora?

Meditando sul da farsi, Manuel, senza accorgersene, si trovò automaticamente a percorrere la strada che faceva ogni mattina per andare a scuola. Si rese conto di dov’era solo quando la massa scura dell’edificio si stagliò davanti ai suoi occhi. Bene, pensò, così posso dirti addio, maledetta prigione. E sputò a terra come per sottolineare che si stava davvero lasciando tutto alle spalle.

La voce sorprese Manuel a tal punto da farlo sobbalzare per lo spavento. Quando si girò, vide tre ragazzini che lo stavano osservavano con curiosità. Si trattava di due femmine e un maschio: il ragazzo e la ragazza più grandi potevano avere la sua età, mentre la terza era più piccola. Era stata lei a parlare; infatti, non avendo ottenuto risposta, era tornata a ripetere il suo saluto:

Questa volta fu il ragazzo a rispondere. Spiegò che ogni mattina all’alba seguivano la madre al lavoro, perchè lei non aveva nessuno a cui lasciarli. Poi, quando iniziavano le lezioni, andavano ciascuno nella propria classe. Finita la scuola, aspettavano che la madre terminasse il suo turno e finalmente potevano tornare a casa tutti insieme.

Prima che riuscisse ad allontanarsi, il maschio lo afferrò per una manica del giubbotto, costringendolo a fermarsi.

Manuel si sentiva in trappola. Aveva tre paia di occhi che non gli si staccavano di dosso, e i minuti scorrevano inesorabilmente. Ormai stava quasi per sorgere il sole. Avrebbe voluto inventarsi qualcosa per schiodarsi di dosso quei marmocchi, ma lì sui due piedi non gli veniva in mente nulla, se non la pura verità. Così decise di rivelarla, anche se il rischio era enorme.

I tre ragazzi lo fissarono ammutoliti ed eccitati al pensiero della grande avventura che lo aspettava. Nei loro sguardi Manuel poteva leggere qualcosa che somigliava molto al rispetto. Forse ce l’ho fatta, pensò. Questo è il momento buono per andarmene. Ma non aveva ancora terminato di formulare nella sua mente quest’ultimo pensiero che un nuovo ostacolo si frappose tra lui e il raggiungimento del suo scopo. La ragazza piccola l’aveva preso sottobraccio, non capiva se per fermarlo o come segno di amicizia.

Ecco, sono in trappola, si disse Manuel,sconsolato. Ma doveva capitare proprio a lui di incontrare sulla sua strada questi tre pazzi scatenati? Alla fine decise che non gliene importava nulla di quello che avrebbero fatto loro. Lui sarebbe saltato sul primo maledettissimo treno a costo di passare sui loro cadaveri.

E si allontanò, sperando che l’avessero capita. Ma si illudeva, perchè dopo alcuni passi, voltando la testa, si accorse che lo stavano seguendo a poca distanza, come tre anattroccoli dietro a mamma oca. Manuel si ostinò a proseguire. Giunto alla stazione cominciò a temere che quella fila indiana avrebbe dato nell’occhio. La biglietteria era deserta, c’era solo un impiegato in divisa blu che sbadigliava dietro al vetro che di solito lo separava dai viaggiatori, mentre adesso lo divideva soltanto da una vuota sala d’aspetto. Fortunatamente sembrava troppo stanco ed annoiato per accorgersi di loro.

Manuel avrebbe voluto prendere a sberle quella saputella rompiscatole, ma dovette ammettere a se stesso che non aveva tutti i torti.

I tre ragazzi si guardarono l’un l’altro con occhi smarriti. Nonostante la palese risposta, Manuel non cercò più di liberarsi di loro, rassegnato ormai ad averli tra i piedi, almeno per il momento. Forse in seguito sarebbe riuscito a convincerli a tornare sui loro passi. Arrivati sullo stradone, non dovettero attendere molto prima che qualcuno si fermasse. Si trattava di una strana signora dai capelli color della paglia, che indossava un bizzarro cappello di lana tutto variopinto di tipo peruviano e una giacca di montone molto consunta..

I tre fratelli presero posto sule sedile posteriore dell’auto, mentre Manuel si sedette a fianco della donna. Temendo che si potesse insospettire troppo, le raccontò che stavano marinando la scuola. Anzichè scandalizzarsi, la guidatrice sembrava divertita. Disse loro che si chiamava Fiorella e che stava andando a Castiglione dove lavorava come cuoca in un ristorante.

Il viaggio proseguì tranquillamente fino a raggiungere la costa. Il mare scintillava nell’aria fredda ma tersa della giornata invernale. I pini marittimi torreggiavano su tutto come enormi ombrelli verdi. Il borgo antico di Castiglione della Pescaia era illuminato dal sole e sembrava una cartolina illustrata.

E così salutarono Fiorella, che lasciò loro un biglietto con il nome e l’indirizzo del ristorante dove lavorava.

Pensavano che non l’avrebbero mai rivista, ma quella sera stessa già stavano tornando a casa in sua compagnia.

- Lo sapevo che eravate scappati -, disse Fiorella con un sorriso – Ma ero anche certa che avreste cambiato idea e mi sareste venuti a cercare. Che bravi ragazzi, i vostri genitori sono proprio fortunati!




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