LA SPIAGGIA SEGRETA

Per Enrico e le nostre comuni, presunte, origini celtiche


Per la verità non ci sono mai stata a Port Isaac, in Cornovaglia. Ho davanti a me una bella foto, strappata da un giornale, del porticciolo con le sue barche da pesca circondate dai gabbiani, allettati dalla certezza di potersi assicurare il cibo senza doverselo conquistare con troppa fatica. Nessuna spiaggia: solo alte scogliere, battute dai venti e dalle onde verdi dell'Atlantico, rocce scure che man mano che ci si allontana dal mare si ammantano di brughiera, per poi trasformarsi in morbide colline, come se il paesaggio andasse per sua volontà addolcendosi laddove non è più costretto a far fronte alla forza inclemente dell'oceano. Arroccate sulla scogliera, ci sono tre splendide ville, costruite nel più tipico stile inglese, due in pietra scura, la terza bianchissima, con le finestre azzurre. In un angolo, quasi fuori dalla fotografia, accanto ad una delle due case gemelle, c'è una quarta casetta, scura anch'essa, sembrerebbe di ardesia, con i serramenti bianchi, una specie di depandance (o alloggio del giardiniere, come la chiamo io) della casa padronale. A volte capita che, posti per la prima volta di fronte ad un'immagine, ci sentiamo in consonanza con essa, come se ci appartenesse da sempre. E' lo scatto di una serratura in fondo alla nostra anima, che apre porte che si affacciano sull'ignoto. E' il destino, oppure il richiamo-ricordo delle nostre vite passate… o forse nulla di tutto questo, tuttavia, quando per la prima volta vidi quella foto mi resi subito conto che non sarei più riuscita a dimenticare quel luogo. E ancora adesso mi sembra che sia stata davvero una coincidenza inspiegabile e misteriosa ritrovare per puro caso quella stessa figura su un sito web che pubblicizzava case in vendita. Era come se il destino mi avesse posta per la seconda volta di fronte a qualcosa che non potevo evitare di affrontare in prima persona.

E così ho comprato la casa, quella piccola ovviamente, quella del giardiniere, per una sorta di necessità fisica di scoprire il motivo di quell'attrazione a dir poco magnetica verso un luogo che neppure conosco. Contro la mia stessa volontà, ecco che mi ci trasferisco nel giro di qualche settimana, costretta mio malgrado a sopportare un clima che non è il mio, in una terra in cui non ho radici nè amicizie. E, strano ma vero, mi sento subito a casa, tra queste vecchie mura, con il vento che fischia incessante tenendomi buona compagnia. Faccio lunghissime passeggiate per la brughiera, spingendomi ogni volta un po' oltre, scoprendo angoli di mare sempre nuovi e suggestivi, dai colori intensi come pietre preziose. E ogni volta è come rivedere spazi che erano già stati miei, ricordo indelebile impresso nel mio essere, che inaspettatamente vibra insieme a queste colline, pulsando di un'antica energia. Vorrei saperne di più, vorrei domandare in giro, fare delle ricerche, ma da dove cominciare? I miei vicini vivono per lo più in città, abitano le ville soltanto durante il periodo estivo, per le vacanze. Ho visto che solo nella casa bianca la sera vengono accese delle luci. Il proprietario è un uomo alto e ombroso, che ho intravisto una volta di sfuggita, e che non sembra essere intenzionato a intavolare nessun tipo di conversazione con me, solitario e silenzioso come un eremita. Per il resto sono del tutto sola, ma non ho paura. E' come se un incantesimo mi proteggesse da ogni timore e pericolo, come se nulla di male mi potesse capitare, finchè resto qui.

Certi giorni, quando il mare è tranquillo e la temperatura mite, prendo in affitto una barca a remi e seguo la costa, scrutano in ogni roccia, in ogni anfratto, alla ricerca di un segno, di una risposta. Durante una di queste spedizioni, un'onda più alta delle altre mi coglie alla sprovvista e fa ribaltare l'imbarcazione. D'un tratto mi trovo ad annaspare tra le onde gelide, mare sopra di me, mare sotto, mare tutto intorno, i miei vestiti che si fanno sempre più pesanti e mi trascinano giù, verso il fondo. Strano, non sento nemmeno la necessità di respirare, mi lascio semplicemente trasportare dalla corrente, con assoluto abbandono, rassegnata a perdere la lotta impari che dovrei sostenere contro la forza invincibile della natura. E l'oceano sembra comprendere questo mio rispetto, torna ad essermi amico, mi risolleva con le sue potenti braccia verso la superficie, mi accompagna, quasi volesse scusarsi, verso una spiaggia che non ho mai visto prima, incastonata tra rocce a strapiombo e un cielo violetto e impenetrabile come una tenda di velluto. Resto lì, con gli occhi spalancati a fissare il vuoto, le braccia aperte a croce, per non so quanto tempo, in un istante di eternità in cui tutto sembra fermo e solido e immobile. Solo quando mi metto seduta mi accorgo di non essere sola: accovacciato su un vecchio ramo contorto, trascinato sulla spiaggia dalla corrente, c'è il mio vicino di casa, che mi osserva, come in attesa. Come possa aver raggiunto a piedi questa spiaggia, è per me un mistero, non vedo strade nè sentieri, nè imbarcazioni che avrebbero potuto portarlo fin lì via mare.

E' come se con quel sorriso volesse significarmi qualcosa, ma non capisco. Penso che forse dovrei temerlo, ma mi sento a mio agio come se non fosse uno sconosciuto, ma una presenza amica e rassicurante. Noto per la prima volta che è di bell'aspetto, ha uno sguardo profondo e volitivo e una corta barba rossiccia, molto virile.

Mi rendo conto di essere passata a dargli del tu in maniera spontanea, e mi accorgo che non stiamo più parlando in italiano, ma in una lingua che potrebbe essere tutte le lingue, una specie di grammatica universale che non sapevo nemmeno di conoscere. Sono sorpresa. E' come se qualcuno stesse accendendo una luce dentro di me: inizialmente un fiammifero, poi una torcia, poi un fuoco, e così via, fino a quella che non a torto viene definita illuminazione, e che non è una conoscenza che ci colpisce dall'esterno, ma un semplice e totale ri-conoscere e ri-conoscerci, che ha il sapore del ricordo di luoghi infiniti e lontani.

Per la prima volta nella mia vita, almeno in questa vita, ho un compito da svolgere, una vocazione a cui non posso sfuggire. Sono stata chiamata indietro da un passato che è per me imperioso e al contempo dolcissimo. Sono felice, tanto felice che mi metterei a correre come una bambina. E ho un amico, un fratello, con cui condividere tutto ciò. Non mi manca più nulla.

Mi rendo conto di avere perso conoscenza solo quando mi risveglio, trovandomi in un letto d'ospedale, sotto lo sguardo attento di un'infermiera.

L'infermiera se ne va con il sorriso orgoglioso di chi ha impartito una lezione a un bambino capriccioso. Che sia stato un sogno, la spiaggia invisibile, Merlin e tutto il resto? Metto una mano al collo. Nessun ciondolo. Giro lo sguardo al comodino, ed eccolo là, brillante di giallo e azzurro, per ricordarmi ancora una volta chi sono. E mentre me lo rimetto al collo, dove rimarrà per sempre, Merlin compare sulla soglia della mia camera, con il più sfavillante ed affettuoso dei sorrisi, a darmi la certezza assoluta e concreta di non potere perdermi, di non poterlo perdere più.




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