Leonardo guardava Desi con i suoi trasparenti occhi verdi. Sapeva che non sarebbe stata capace di resistergli. Con un sorriso di intesa, la ragazza abbandonò sul divano il quaderno su cui stava scrivendo e si alzò in piedi. Leonardo osservava attento quelle lunghe gambe nude da ballerina che gli si avvicinavano con passo aggraziato.
Bella. Non esisteva un’altra parola per descrivere una donna come Desi, pensò Leonardo, mentre lei spariva in un’altra stanza, veloce e silenziosa come un animale della foresta. E poi era così simile a lui, capace di interpretare e soddisfare ogni suo desiderio. Già cominciava a pregustare la deliziosa serata che avrebbero trascorso insieme, quando lei tornò in salotto con la cena. Leonardo capì subito che anche quella volta non sarebbe rimasto deluso: un buon trancio di salmone era proprio l’ideale per un occasione simile.
Con un balzo, Leonardo era già saltato giù dalla sua poltrona e miagolando un "grazie" in lingua gattesca, cominciò a mangiare avidamente, la lunga coda nera issata come una bandiera a festa sulla sua schiena lucida come la seta.
Emanuele Lanfranchi stava ormai per perdere la pazienza. Era da mezz’ora che cercava di far capire alla sua interlocutrice che mai e poi mai si sarebbe sognato di accettare un caso simile. Se quella donna avesse continuato a insistere, non avrebbe potuto fare a meno di riappenderle il telefono in faccia. Con aria sconsolata faceva scivolare lo sguardo lungo le pareti del suo ufficio, soffermandosi ora sul suo diploma di laurea, ora su una stampa di infima qualità che raffigurava una scena di caccia alla volpe, ora su un piccolo crocifisso dimenticato dal precedente titolare dello studio, un prete che vi aveva installato un centro d’ascolto per i giovani in difficoltà. Emanuele si domandò che fine potesse avere fatto quel simpatico personaggio. Sicuramente doveva essere partito per qualche sperduta missione africana. Ormai non ascoltava nemmeno più la voce querula all’altro capo del filo. Gli giungevano soltanto degli stralci di quel patetico soliloquio, mentre nella sua mente si andavano affollando immagini dell’Africa e di missionari con sorrisi di mistica esaltazione dipinti sulle labbra, destinati a diventare martiri o santi,.oppure entrambe le cose.
No che non siamo d’accordo, stava per urlare Emanuele, risvegliandosi improvvisamente dal suo sogno ad occhi aperti, quasi gli avessero rovesciato addosso un secchio di acqua gelata. Adesso gliene dico quattro, pensò il giovane, mentre un altro brandello di frase raggiunse il suo orecchio.
Emanuele si affannò alla ricerca di un pezzo di carta e una penna. Sfortuna voleva che tutte quelle che gli capitavano a tiro avessero l’inchiostro esaurito.
Incastrato! Una volta che ebbe riappeso il ricevitore, Emanuele appoggiò la fronte sul piano della scrivania e chiuse gli occhi, domandandosi se era diventato pazzo a volersi immsichiare in una feccenda tanto al di sopra dei suoi compiti abituali. Ma la paura di non farcela e il senso di inadeguatezza erano minuscoli come un microbo di fronte alla gigantesca gioia che provava al pensiero che quello stesso pomeriggio avrebbe conosciuto di persona il suo unico e incommensurabile idolo.
La casa di Esin Anil era un appartamento al quarto piano di un bel palazzo ristrutturato di recente, con i muri dell’ingresso istoriati da affreschi rappresentanti soggetti bucolici, pavimenti di marmo tirati a lucido e altrettanto scintillanti lampadari di cristallo.