NON SO SE SARA' UNA PREFAZIONE

Per Michele S.


Quando, poco tempo fa, mi imbattei per la prima volta in un racconto di Michele Saracino, non mi sarei mai immaginata di ritrovarmi a scrivere una prefazione per lui. A parte il fatto che ancora non ho capito la differenza tra prefazione e introduzione (sono termini di cui si abusa e che sicuramente vengono scambiati tra loro senza che qualcuno se ne domandi la ragione)… Quindi non saprei davvero come chiamarla. Presentazione, forse. Di solito non ne scrivo nemmeno per i miei racconti: è così difficile presentare se stessi! Figuriamoci un autore conosciuto per caso tra le pagine elettroniche del sito di Scritturafresca… Eppure è una bella sfida, non solo perchè il fatto che sia stato lo stesso Michele a chiedermelo mi commuove e mi onora, ma soprattutto perchè in questo racconto, pur essendone uscita estenuata, c’è qualcosa che mi stupisce e mi inchioda alla lettura, trascinandomi mio malgrado nel vortice del soliloquio del protagonista. Generalmente preferisco generi più leggeri, ma quanto ho letto in queste pagine, anche se talvolta ha avuto su di me l’effetto di un pugno nello stomaco, accompagna ugualmente il lettore verso dei possibili significati, grazie anche all’originalità stilistica del testo, al senso reale di rabbia e di disgusto esistenziale che l’autore riesce a infondere alle parole del protagonista.

La trama è scarna, tutto si risolve in un interminabile monologo, tuttavia i pensieri, anche quelli più strampalati, prendono vita nella mente del lettore concretizzandosi in immagini vivide come quelle di un film. La cosa più sorprendente è appunto questa: leggendo noi riusciamo a vedere i pensieri del personaggio, come fossero dei grumi solidi che bloccano ogni suo tentativo di azione, ogni sua possibile ribellione o rivincita, compresa l’eventualità di ricominciare. Leggendo queste pagine, quindi, non si cerchi un finale, ma ci si soffermi sull’accostamento delle parole, sulla costruzione delle immagini. La vera gioia che si ottiene da questa lettura, solo apparentemente faticosa, è quella di superare la fatica iniziale per entrare come ospiti non invitati nella mente del personaggio e vivere quell’impossibilità di uscire dalla prigione di gioghi imposti dal suo mondo e da se stesso.

 

 

 

Laura Bertoli

Scrittrice dilettante




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