OCCHI DI NUVOLE

A Mario Castelnuovo, il più grande poeta


PROLOGO

Ho trovato i dischi in soffitta, tra le scarpe della prima comunione e la treccia di capelli di mia nonna. Ero salita a cercare una vecchia bambola per la mia nipotina e invece da quel baule sono spuntati i miei trentatre giri. Mi sono dimenticata della bambola e mi sono seduta per terra, rigirandoli tra le mani. Sono cinque, e ciascuno di essi ha fatto da colonna sonora a un periodo della mia vita. Strano che me ne fossi dimenticata. Piano piano i ricordi sono cominciati ad affiorare, e con essi la strana sensazione che qualunque sforzo compiamo per allontanarci dal nostro passato, prima o poi ci si ritorce contro. Non possiamo cancellare proprio nulla di ciò che è stato. Ma nonostante questo sono altrettanto certa che ci viene sempre offerta una seconda possibilità per rimediare.

Non so se questo racconto sarà fedele alla realtà, i ricordi si affollano sovrapponendosi e non li so più districare. In tutta sincerità, a volte penso che questa storia sia addirittura inventata.

 

  1. SETTE FILI DI CANAPA: 1982

Avevo dodici anni quando mia cugina Agata e la sua amica Micol mi regalarono il mio primo LP di Mario Castelnuovo. Non ho mai capito se avessero intenzione di farmi uno scherzo: io a quell’epoca ascoltavo solo i Kiss, … figuriamoci se potevo avere un benchè minimo interesse per un cantante come Castelnuovo, che era finito al Festival di Sanremo battendo in una competizione canora la sigla del programma televisivo "Fresco Fresco" (tra parentesi: a me piaceva di più la canzone sconfitta!). Eppure… eppure, vuoi perchè era un gran bel ragazzo dall’aria tenebrosa, vuoi perchè la copertina dell’album mi faceva pensare a una fiaba in cui lui impersonava il cavaliere senza macchia e senza paura… io, quel disco, sul piatto ce lo misi, e lo ascoltai non una, ma centinaia di volte. Fu come un vero colpo di fulmine, ero convinta di avere trovato una persona a me speculare: scriveva parole che avrei voluto scrivere io, che sembravano scritte per me. Deliravo? Forse, ma mi misi in testa che le sue canzoni fossero un messaggio. Lui, in una sorta di onniscenza, doveva sapere chi ero, per scrivere quelle cose, … lui un giorno si sarebbe fatto vivo e mi avrebbe spiegato tutto. Lo consideravo il depositario di una sorta di verità rivelata che esisteva soltanto per noi due. E intanto alzavo al massimo il volume dello stereo mentre lui cantava E allora, come sempre, torna sulla strada, avrai per scorta notti insonni e la rugiada…, e studiavo la sua calligrafia (ero convinta che fosse lui ad avere scritto i testi delle sue canzoni sulla copertina del disco, probabilmente avevo ragione) cercando di imitarla, nella smania di avvicinarmi a lui il più possibile, cercando di assomigliargli anche nel modo di scrivere.

Lorenzo (è) era il mio fratellino, e a quell’epoca aveva pochi mesi e non godeva delle mie simpatie. Non lo sopportavo, passava tutto il suo tempo a frignare, non c’era sera che ci potessimo mettere a tavola senza che lui buttasse giù i muri con le sue urla. Non abbassai il volume, in una sorta di vendetta contro di lui. Tu non mi lasci mangiare in pace? E io non ti lascio dormire, tiè! Per peggiorare ulteriormente la situazione, mi misi a mettere ordine nella mia stanza, cercando di fare tutto il rumore possibile. Tra quelle quattro pareti c’era tutta la mia vita: raccolsi biglietti del tram usati e non, vestiti sparsi, disegni lasciati a metà, pagine di diario sparse per il pavimento… tutte le briciole dell’esistenza di una dodicenne a cui quel mondo non voleva bastare. Come mi sarebbe piaciuto andarmene, prendere quattro cose in un sacco e piantare tutti in asso! Sarei potuta andare a… Roma, da Mario, chissà se l’avrei trovato. Ma no, non scappavo mai. Mi attaccavo al telefono, invece.

Le conversazioni con le mie amiche finivano tutte più o meno così, mai nessuna che mi desse una bella risposta illuminante e illuminata. D’altra parte era anche comprensibile, loro non capivano cosa andavo cercando, e forse non lo sapevo bene nemmeno io. Ma le parole di quelle canzoni continuavano a tormentarmi come un indovinello a cui non sapevo dare una risposta: …avrai per cuore un sogno che ti leghi al dito, riproverai di più, piangendo divertito, e solo…se vorrai, se puoi, se vorrai, se sai… Già, la soluzione era nella forza di volontà e nella solitudine, mi dicevo, e sempre più spesso me ne rimanevo chiusa in camera, facendo di me un'eremita. Finchè mia madre, preoccupata non poco da questo mio autoisolamento, pensò bene che forse avevo bisogno di parlare con uno psicologo.

Non fu una cattiva idea, quella di mandarmi da uno specialista, non solo perchè ebbi modo di spiegargli cosa sentivo dentro di me senza essere interrotta ad ogni stranezza che proferivo, ma anche e soprattutto perchè in quello studio, in un giorno fortunato, conobbi Gabriele, che sarebbe diventato il migliore amico che avessi mai incontrato in questo mondo. Gabriele era il figlio del mio psicologo, aveva un nome angelico ed era egli stesso un vero angelo. Fu a lui, più che al padre, che aprii il mio cuore. Strano, aveva due anni meno di me, e due anni a quell’età sono un abisso, eppure non l’ho mai considerato un bambino, forse per quella sua capacità paziente di ascoltare senza assumere la solita aria di superiorità. A lui e a lui soltanto raccontai che non era stato il disco di Castelnuovo a scatenare la mia reazione di esclusione dal mondo. Anche prima ero così, solo che mi adeguavo alla falsariga che mi offrivano i miei compagni di classe e ne imitavo i comportamenti solo per essere accettata. Quello che mi era successo era solo che avevo visto in Castelnuovo una persona convinta della propria scelta controcorrente e l’avevo ammirato per questo. In un certo senso mi aveva dato il coraggio di cercare dentro me stessa la mia strada, anche se questa sarebbe necessariamente stata contraria a quella della massa. Alla fine delle sedute, il dottor Gavazzi si disse soddisfatto dei miei progressi e rassicurò mia madre sulla mia salute mentale. E così mamma non dovette bruciare il disco come aveva minacciato di fare se non fossi "guarita". In realtà io ero tale e quale a prima, solo che forse non ero mai stata "malata", e probabilmente questo lo psicologo lo aveva capito. Ero solo un’adolescente che aveva bisogno di risposte, solo che le avrei volute tutte subito.

Tutto, perciò, proseguì come prima, stereo a tutto volume, urlate dei genitori, frigne di Lorenzo, … ricerca della verità… ma adesso avevo un amico.

Quella notte mi addormentai sulle note di Sette fili di Canapa, sognando un angelo che mi teneva per mano.

  1. MARIO CASTELNUOVO: 198… ?

Sul secondo LP non ho trovato indicazione dell’anno di registrazione, ma credo che fosse l’84, perchè ho un vago ricordo di averlo acquistato una mattina che avevo bigiato le lezioni, e questo posso averlo fatto soltanto al liceo, perchè prima di allora ero sempre stata una brava bambina studiosa. Cominciate le superiori, invece, e lasciata da parte la filosofica ricerca della verità, divenni una ribelle alla ricerca perenne di un ragazzo. In quel periodo di sbandamento e di cambiamenti mi allontanai da Gabriele per avvicinarmi ad alcuni gruppi dark e new wave, senza però entrare mai a farne parte veramente. Ciò nonostante incominciai a vergognarmi di avere un amico di due anni più piccolo (anche se mi sembrava molto più maturo di me), soprattutto perchè mi sembrava che si fosse legato a me con un affetto quasi morboso, e questo mi toglieva l’aria. Che si fosse preso una cotta per me? Non lo seppi mai, perchè smisi semplicemente di chiamarlo, troppo insensibile per voler indagare nei suoi sentimenti, e anche in seguito non tornammo più sull’argomento. Comunque successe che per almeno un anno mi dimenticai di lui. Ma di Castelnuovo no. Appena lo vidi cantare la sua nuova canzone , Nina, a Sanremo, iniziai a tormentare il mio abituale venditore di dischi per scoprire quando sarebbe uscito l’album. E alla fine lo comprai. Forse quello fu l’ellepi di Mario Castelnuovo che vendette più copie, quello (tra virgolette) più commerciale. Fu anche quello che mi piacque di meno, tra l’altro, ma probabilmente ero io ad essere fuori fase: troppo ubriacata da altri pensieri, troppo convinta di avere già tutte le risposte in tasca. Tuttavia fu il sottofondo musicale al mio primo amore, e ne serbo un ricordo molto tenero. Durante una gita scolastica diedi il mio primo bacio ascoltando Mario che dallo walkman ripeteva Ogni stella una speranza, e ogni notte in più guarderai quel cielo… e il cielo sei tu! Mi ero registrata un duplicato su cassetta del trentatre giri, e quasi quasi ci credevo che fosse stato Alessandro a dirmi quelle parole, mentre mi baciava. Alessandro non era esattamente un tipo loquace, ma mi piaceva, e piano piano mi ero innamorata di lui come si può esserlo a quattordici anni: follemente. Mi sembrava che fosse l’unico maschio non idiota della mia classe, e poi aveva due meravigliosi occhi verdi. Passammo il viaggio di ritorno da quella gita in Toscana seduti fianco a fianco, tenendoci per mano, senza dire una parola. Arrivati davanti alla scuola ci lasciammo le mani e ci salutammo come se nulla fosse successo. Il lunedì successivo eravamo entrambi così intimiditi che praticamente ci evitammo per tutta la giornata.

Eravamo solo due ragazzini timidi che cercavano di volersi bene, ma scambiavamo la nostra timidezza per insensibilità. Più avremmo voluto stare vicini, più ci allontanavamo. Più avremmo avuto bisogno di parlarci, più voltavamo lo sguardo dall’altra parte quando ci incrociavamo da soli nei corridoi della scuola. In quei giorni cominciai a scrivere su un diario, chiudendomi sempre più in me stessa. A scuola andavo malissimo. Passavo i pomeriggi davanti alla televisione, senza nemmeno rendermi conto di cosa stessi guardando. Raggiunsi il limite quando alla fine dell’anno fui bocciata. Non potevo reggere oltre. Convinsi i miei a farmi cambiare scuola, ma non fui capace di lasciarmi alle spalle il ricordo di Alessandro.




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