Mi fa pensare alla "Coscienza di Zeno" ritrovarmi qui a scrivere questa sottospecie di diario, anche se non dovrò parlare di una fantomatica ultima sigaretta, che poi si scopre essere sempre la penultima. Ciò che mi rende simile a Zeno è il fatto che anche io sono malata. Il mio analista mi ha consigliato di raccontare per iscritto il mio disagio. Dice che potrebbe avere aspetti terapeutici. Io ho molti dubbi su questo, ma siccome qualsiasi tentativo è meglio che non fare nulla, preferisco provare.
Mi presento. Sono Francesca, ho venticinque anni e sono malata. Il mio male potrebbe essere definito come una sorta di perfezionismo estremo, ma mi rendo conto che questo non esprime appieno il concetto. Ebbene, il fatto è che non solo sono perennemente scontenta di come sono, ma ho lo strano vizio di pretendere di poter ricominciare da capo ogni volta che convivere con me stessa mi diventa insopportabile. Come se fosse possibile cancellare tutti i lati negativi del mio carattere da un momento all'altro. So che una simile pratica non mi potrà portare ad alcun risultato positivo e che è del tutto assurdo sperarci, ma è una cosa più forte di me. Non ricordo come sia cominciato tutto questo. Forse non ho nemmeno ben chiaro cosa voglio. So solo che mio marito se n'è andato di casa, e che da quel momento sono successe un sacco di cose strane. Comunque ero già malata in precedenza. E' come se lo fossi sempre stata. Ma non ne so il perchè. E' questo che dovrei scoprire scrivendo, secondo il mio analista. Chissà se sarà davvero così.
Non so bene da dove cominciare. Freud mi suggerirebbe di iniziare dai primi ricordi della mia infanzia, alla ricerca delle radici del mio disagio. Tuttavia penso che partirò dalla fine, ossia da quando Claudio mi ha lasciata, che è comunque l'inizio della catena di strani eventi di cui sono stata attrice e spettatrice. E anche di tutti i miei ripensamenti sulla malattia. Anche perchè proprio non riesco a ricordare come sia cominciato. In tutti i miei ricordi coscienti mi rivedo alla frenetica ricerca di un momento veramente importante che potesse rappresentare l'ultima volta che avrei cambiato vita in modo definitivo. Proprio come l'ultima sigaretta di Zeno! Quando sposai Claudio, giurai a me stessa che quella sarebbe stata la volta decisiva e finale, e per qualche settimana ne fui veramente convinta. Purtroppo, nemmeno questo cambiamento della mia esistenza mi è servito a guarire, forse perchè è inutile che aspetti una cura dall'esterno, visto che il male è dentro di me. Mi domando: come potrei esistere rinunciando al mio passato? Probabilmente, quello che cercavo era presentarmi come nuova agli occhi degli altri, per essere giudicata in modo migliore. Ma anche se ogni volta mi illudevo di essere realmente diversa, gli altri non potevano che vedermi uguale all'istante precedente. L'unica cosa che potevano pensare, era che fossi una gran lunatica.
Comunque, ora Claudio se n'è andato, incapace di sopportare tutte le mie manie, e non so se riuscirò a farlo tornare da me, nemmeno se fossi davvero capace di trasformarmi in quella donna e moglie perfetta che vorrei essere. Il dottor Marchi, il mio analista, dice che una delle terapie che potrei tentare sarebbe quella di provare a dare una forma perfetta a qualcosa che stia al di fuori di me, che so io, per esempio dedicarmi alla scultura, o alla pittura, di modo che, sentendomi in grado di realizzare qualcosa di veramente originale, scaricherei tutti i sentimenti negativi e, alla fine, probabilmente, sarei tanto soddisfatta di me stessa da dimenticarmi di ricominciare ogni volta. Sarà anche una buona idea, ma credo di non avere alcun talento per le arti grafiche o plastiche. L'unica cosa che forse potrei fare sarebbe dedicarmi alla letteratura, trasformando queste sconclusionate pagine di diario in un'opera vera e propria. Ma per cominciare una cosa così importante, sono costretta a considerare anche questo momento come un n uovo inizio e questo certo non è un passo avanti verso la guarigione!
- Basta, adesso me ne vado davvero! Non ce la faccio più a sprecare il mio tempo nell'inutile tentativo di renderti felice. Tanto tu non sarai mai capace di essere veramente felice, con tutte quelle assurde manie di perfezione! Ma cosa credi di ottenere, comportandoti così? Vorresti, forse, diventare un dio? Ti piacerebbe, eh, poter plasmare gli altri a tua immagine e somiglianza? Così nessuno si accorgerebbe dei tuoi difetti... Beh, sappi che io non ho nessuna voglia di diventare la tua fotocopia!
- Claudio, ti prego, non roviniamo tutto per un banale litigio: siamo sposati da pochi mesi, è normale che le cose debbano ancora trovare il loro equilibrio. Ci vuole solo un po' di pazienza. Credimi, mi dispiace averti reso la vita impossibile, ma vedrai che imparerò a rispettare le tue esigenze. Dammi solo un'altra possibilità. Per favore...
- No, ormai è troppo tardi. So che sei sincera, quando dici che ti dispiace, ma non potrai farmi cambiare idea. Ti lascio perchè ci tengo troppo alla mia salute mentale. Non resisterei un minuto di più in questo inferno.
E in un attimo se ne era andato veramente. Lui e le sue valige avevano varcato la soglia per sempre, e io non ero riuscita a fare nulla per evitarlo. Essere abbandonata dall'uomo che amavo era una punizione troppo ingiusta, anche se sapevo di avere sbagliato, di avere commesso qualche errore madornale, ad un certo punto della mia vita, che aveva fatto precipitare la situazione verso l'irreparabile. Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a trovare nella mia memoria un momento particolare in cui avessi cominciato a deviare dal percorso lineare di una comune esistenza per arrivare a una simile conclusione da romanzo rosa di infima categoria. Non si trattava soltanto del fallimento del mio matrimonio, ma di qualcosa di precedente che, sepolto in qualche recondito recesso della mia anima, aveva reso la mia vita un incubo.
Mi sembrava di non avere più nulla a cui aggrapparmi per poter ritrovare quelle che erano state le mie speranze e i miei progetti per il meraviglioso futuro che attendevo da tanto tempo. Ormai, a furia di aspettarlo, non sarebbe mai arrivato. Non sarei mai riuscita a dare una grande svolta alla mia vita, a cambiare veramente il mio delirante modo di comportarmi. Ma quando avevo cominciato a sbagliare, dove avevo perso di vista la realtà? Probabilmente aveva ragione Claudio, quando mi accusava di voler plasmare le persone e le situazioni a mio piacimento. E, soprattutto, cercavo di trasformare me stessa in un essere perfetto, ottenendo risultati talmente grotteschi che, se solo ci pensavo, non potevo fare a meno di precipitare nella depressione più cupa, come quella volta che mi ero illusa di avere imparato tutto sul buddismo e le filosofie orientali, finchè non avevo conosciuto un vero esperto che mi aveva messa di fronte alla mia ignoranza e presunzione. Da allora, per la vergogna, avevo lasciato definitivamente perdere il buddismo, anche se, ogni tanto, mi capitava ancora di fare figuracce del genere.
A quel punto mi stava scoppiando la testa, così per il momento decisi che era meglio non dedicarsi all'autoanalisi. Buttai giù un'aspirina e mi lasciai cadere sul divano, sperando di poter dormire per sempre, o di scoprire che quanto era successo quella sera non era altro che un brutto sogno. Ma, purtroppo, sapevo che non era così.
Nel cuore della notte fui svegliata dallo squillo del telefono. Al buio, prima di riuscire a raggiungere la cornetta, inciampai in qualsiasi mobile od oggetto mi avrebbe potuto intralciare il percorso fino all'apparecchio, e diedi un calcio tremendo a qualcosa che prese a rotolare sul pavimento davanti a me. La raccolsi subito per non svegliare i vicini con il rumore, e finalmente, massaggiandomi il piede dolorante, risposi.
- Pronto.
Nessuna risposta.
- Pronto!
Oh, no, fa che non sia un maniaco notturno! Sono anche in casa da sola...
Nonostante la paura, feci un ultimo tentativo.
- Pronto, Claudio, se tu?
Ma l'unica cosa che udii all'altro capo del filo fu il click del ricevitore che veniva riagganciato. Mi avevano sempre terrorizzato le telefonate mute, da quando, alcuni anni prima, ricevevo la chiamata quotidiana di uno sconosciuto che mi tempestava di oscenità. Alla fine avevo dovuto cambiare numero di telefono. E a quell'ora di notte la paura si amplificava mille volte di più! Per un po' me ne restai come paralizzata, con il telefono in grembo, quasi aspettandomi una nuova chiamata del maniaco, ma per fortuna non ci furono altri squilli. Quindi accesi tutte le luci di casa e ispezionai le stanze una per una, visto che nei film i malintenzionati si nascondono sempre in casa delle vittime designate che, regolarmente, finiscono per farsi ammazzare o stuprare. Controllato ogni angolo dell'appartamento, mi sentivo già più tranquilla, e solo allora feci caso all'oggetto che avevo raccolto da terra e che ancora stavo stringendo in mano. Forse, inconsciamente, avevo pensato di usarlo come possibile arma di difesa contro il famigerato violentatore omicida.
Si trattava di una bottiglia di vetro trasparente, riempita con strati di sabbia di diversi colori, con un disegno a tempera raffigurante una palma e un'isola tropicale. Ai piedi della palma c'era scritto il mio nome, forse un po' troppo in grande. Era un lavoretto scolastico abbastanza ben riuscito. Tale reperto quasi-archeologico risaliva agli anni delle elementari, e non capivo come potesse essere finito a rotolare sul mio pavimento, dato che ero convinta che lo avesse ancora mia madre. Probabilmente era stato infilato per sbaglio in qualche scatolone quando avevo traslocato con Claudio. Strano, però, che non me ne fossi accorta prima...
Certo non era un soprammobile particolarmente originale, eppure tutti quei granelli di sabbia colorata, da bambina mi erano sembrati qualcosa di magico. Potevo ancora sentire la sensazione di euforia che avevo provato nel far precipitare i primi strati verso il fondo della bottiglia, quando avevo scoperto che realmente i colori non si sarebbero mescolati tra loro...
- Anch'io voglio mettere i colori dal più chiaro al più scuro -, sto dicendo alla mia compagna di banco.
- Ma perchè mi vuoi sempre copiare?
- Mica ti sto copiando: l'avevo già pensato da prima che cominciassi a fare il tuo...
- Come vuoi. Allora io cambio programma e li dispongo dal più scuro al più chiaro. E poi dipingerò qualcosa sulla bottiglia.
- Io pure. Voglio fare un'isola deserta, con una palma e il sole che tramonta.
- Uffa! Ma con te non si può lavorare senza farsi rubare tutte le idee migliori, che poi fai passare per tue. D'ora in avanti non ti dirò più un bel niente, così dovrai per forza inventarti qualcosa con la tua testa!
Proseguo il mio lavoro in silenzio. So che la mia compagna ha ragione, ma mi ripeto che, in fondo, le nostre due creazioni non saranno mai uguali, quindi è inutile che sia tanto gelosa delle sue trovate. E poi l'idea avrebbe potuto benissimo essere mia: non è mica chissà quale invenzione... Inoltre, la mia bottiglia è magica e la sua no. Io ci ho sepolto dentro un amuleto che mi porterà tantissima fortuna, ma questo è un segreto (se glielo rivelassi sarebbe lei a volermi copiare!). Ecco, ora firmo la mia opera d'arte: F-R-A-N-C-E-S-C-A. Fatto. Però la scrittura mi è venuta un po' troppo tremolante, meglio ripassare con un pennello meno sottile, così non si vedranno più le sbavature. Ma anche i pennelli più grandi non sempre svolgono il loro compito alla perfezione, così, a forza di correzioni, il mio nome appare scritto a caratteri cubitali. Così grande stona con tutto il resto, ma ormai cancellarlo è impossibile, rischierei solo di peggiorare il danno. Però non sopporto davvero la vista di quella firma gigantesca! Sentendo crescere dentro di me la delusione, sbircio il lavoro concluso di Chiara, nella speranza che anche il suo non sia riuscito troppo bene. Invece, con grande rabbia, devo constatare che la sua bravura è, come sempre, innegabile: io non sarò mai al suo livello... La mia amica ha disegnato semplicemente una rosa, ma con un tratto così perfetto e delicato che anche le sbavature delle setole del pennello non sembrano che minuscole spine dipinte ad arte sullo stelo del fiore, oppure l'effetto di una brezza leggera che faccia ondeggiare piano piano petali e foglie.
E la firma! Chiara ha voluto limitarsi a scrivere le sue iniziali e l'indicazione dell'anno: '78. Un vero tocco di classe! La prossima volta devo tener presenti anche io tutte queste sottigliezze, chissà che, con un poco di impegno, non riesca a fare qualcosa di bello. Per ora, posso solo cercare di nascondere l'invidia...
- Come è bello il tuo, Chiara!
- Anche la tua bottiglia è riuscita bene, però.
- No, non è davvero un granchè, non devi dire che ti piace solo per non offendermi. Però è una bottiglia magica, lo sai?
- In che senso, magica?
- Ci ho nascosto dentro una cosa segreta.
- Dai, dimmi che cos'è!
- Non posso, altrimenti che segreto sarebbe? E poi, se te lo dico, la bottiglia perderà tutti i suoi poteri.
Amara vendetta, tenere la mia amica così sulle spine, ma è più forte di me, ed è anche l'unico modo per provare ancora un po' di interesse per la mia creazione. Forse anche mamma dirà che è bellissima solo per farmi contenta, e la sistemerà a malincuore sulla mensola insieme agli altri soprammobili finchè, passato qualche tempo, la farà sparire in un armadio o nella pattumiera.
- Francesca, sei la solita megalomane! -, mi urla dietro Chiara, -Scommetto che dentro la bottiglia non c'è un bel niente! E poi guarda come hai scritto in grande il tuo nome, che manco Picasso firmerebbe un suo quadro in modo così ostentatamente presuntuoso...
Rigirai tra le mani la mia vecchia bottiglia magica, chiedendomi quale poteva essere l'amuleto che avevo nascosto tra la sabbia. Strano che non mi ricordassi di quel particolare che a me stessa bambina era sembrato tanto importante.
Come sarebbe stato più semplice limitarmi a essere me stessa e a vivere la mia vita, accettandone pregi e lati prosaici. Invece mi ero proprio scordata chi ero realmente! Dov'era nascosto il mio vero carattere? L'avevo forse cancellato per sempre, per non essere costretta ad accontentarmi di essere una persona qualunque? Probabilmente io non esistevo più. Per evitare di commettere nuovi errori avevo addirittura rinunciato ad agire, e questa era una delle cose che aveva mandato in bestia Claudio e l'aveva portato all'esasperazione. Era da tanto, ormai, che mi ero rassegnata all'immobilità, fingendo di aspettare l'occasione della mia vita, senza muovere un dito per andarmela a cercare. Volevo compiere imprese eroiche e meravigliose, ma mi ero limitata a viverle leggendo libri e guardando la televisione. Però non era sempre stato così...
Basta, voglio dormire!
Invece, venni nuovamente svegliata, di lì a poco, questa volta dal suono del campanello. Le tre e un quarto.
Mamma mia, che notte!
Sembrava quasi la trama di un thriller. Chi poteva essere, a quell'ora, se non un delinquente pronto a irrompere in casa di una povera donna sola e indifesa? Attraverso lo spioncino il pianerottolo sembrava deserto, ma chiunque avesse suonato poteva essersi chinato per non essere visto... Claudio avrebbe usato le sue chiavi per entrare. Certo non avrei aperto nemmeno a mio fratello, in quel momento! Appoggiai l'orecchio alla porta: nessun rumore, a parte il mio cuore che mi martellava nel cervello. Forse era un ladro che stava controllando se l'appartamento era vuoto. Accesi lo stereo a tutto volume per levargli ogni eventuale dubbio, e non lo spensi finchè la famiglia che abitava al piano inferiore non cominciò a dar segni di evidente disappunto, picchiando eloquentemente il manico della scopa contro il soffitto.
Fu in quell'istante che udii un leggero fruscio che proveniva da sotto la porta. Qualcuno aveva fatto scivolare un biglietto sul pavimento dell'ingresso. Osservai ancora una volta dallo spioncino, poi dal buco della serratura, ma non riuscii a distinguere nulla. Il postino misterioso era svanito. Raccolsi il foglio di carta ripiegato in quattro e mi resi conto che su un lato vi era scritto il mio nome, con una calligrafia nota, ma che mi portava alla mente qualcosa di molto lontano nel mio passato. Esitai prima di leggere quanto era scritto all'interno. Stavano succedendo delle cose molto strane, e dovetti confessare a me stessa che avevo perso il controllo della situazione: non c'era più nulla di reale in quanto mi stava accadendo. Quel biglietto non avrebbe dovuto essere lì, così come la bottiglia di sabbia colorata! Erano oggetti che riemergevano come da un oblio e che qualche entità sconosciuta aveva fatto in modo che mi ricapitassero tra le mani, per una ragione a me ignota. Alla fine mi decisi a leggere, anche se conoscevo già il contenuto del messaggio:
CARA FRANCESCA,
SEI LA PERSONA PIU' MERAVIGLIOSA CHE ABBIA MAI CONOSCIUTO. VUOI DIVENTARE LA MIA RAGAZZA?
TI VOGLIO BENE, FEDERICO C.
Questo sì che era un bel ricordo, se è vero che il primo amore non si scorda mai! Fu in vacanza in Toscana dove incontrai Federico, almeno una quindicina di anni prima. Una classica storiella da spiaggia, ma io avevo continuato a fantasticare su di lui per mesi e mesi, una volta ritornata in città. Ero stata così felice quelle tre settimane in cui eravamo fidanzatini, mi sentivo davvero libera di esprimere le mie opinioni senza paura di essere giudicata o di non essere all'altezza. Nel ricordo mi sembrava la più bella delle storie d'amore, forse perchè finita in fretta, senza aver avuto il tempo di rovinarla con le idiozie che soltanto gli adulti riescono a inventarsi pur di complicarsi l'esistenza.
Le onde del mare si infrangono contro il pontile, riempiendo il tramonto di liquide stelline dorate. Appoggiata alla balaustra, stringo il biglietto che ho appena trovato nella mia borsa da spiaggia, nascosto tra le pieghe dell'asciugamano umido e ruvido di sabbia. Non mi era mai capitata una cosa tanto romantica! Ma adesso come dovrei comportarmi con lui: fare finta di niente e aspettare che faccia il primo passo, rispondere al suo biglietto, oppure andare a cercarlo e parlargli faccia a faccia? No, di persona no, mi vergognerei troppo! Mi manca il coraggio per chiamarlo in disparte durante una partita di calcio con tutti quei suoi amici più grandi che mi mettono soggezione...
- Mille lire per i tuoi pensieri, bella fanciulla!
La sua voce alle mie spalle mi fa trasalire. Non sono ancora pronta a trovarmelo di fronte. Sto tremando come una foglia, tanto che le mie mani non riescono a trattenere il biglietto di Federico, che vola in acqua trasportato dal vento.
- Oh, no! Che frana! Mi dispiace, davvero, mi dispiace!
Non riesco nemmeno a guardarlo in faccia. Sono sempre la solita. Ho rovinato tutto!
- Non te la prendere, Francesca, te ne scriverò tante altre di lettere, basta che tu mi dica di sì...
Con le braccia mi cinge la vita, e insieme ce ne restiamo a guardare il foglio di carta che se ne va verso il largo a cavallo delle onde.
- Almeno avrei voluto metterlo in una bottiglia, prima di farlo finire in acqua! Così, magari, fra venti o trent'anni lo avremmo ritrovato, tornando qui in vacanza con i nostri bambini.
Non volevo dire una cretinata del genere, ma lui sembra esserne colpito in modo piacevole.
- Ho capito male o questo sarebbe un sì?
- Beh, ecco, credo che lo sia.
Il primo bacio, il primo bacio! Ecco una cosa da raccontare alle mie amiche.
Sono talmente emozionata che non riesco a sentire ciò che Federico mi sta dicendo. Percepisco solo il tocco delle sue carezze sul mio viso, riesco a concentrarmi solo sulle punte delle sue dita che mi sfiorano. Con grande sforzo, sposto la mia attenzione sulle sue labbra, non riuscendo a smettere di pensare che appena un attimo fa erano posate sulle mie, e non vedo l'ora che lo siano di nuovo. Per un po' devo immaginare quello che mi sta dicendo, indovinando le parole dal movimento della bocca, come se fossi improvvisamente diventata sorda. Poi, due parole, due semplici parole, come spezzando un incantesimo, mi fanno riacquistare l'udito tutto in un colpo.
- Ti amo, Francesca. Ti amo. Lo so che forse è ancora presto per dirtelo, ma è la pura verità. Tu non sei come le altre ragazze. Sei semplice, spontanea, non ti nascondi dietro trucchetti stupidi per attirare l'attenzione. Non hai bisogno di nulla per essere una persona speciale. Se solo avessi qualche anno in più ti porterei via con me e ti sposerei. Non ti lascerò mai, te lo giuro...
Mai, te lo giuro... Invece mi aveva lasciata poco dopo il nostro ritorno a casa, o meglio, le circostanze avevano fatto sì che la nostra separazione si rivelasse inevitabile. Vivevamo in città diverse, a molti chilometri di distanza l'una dall'altra e, dopo alcune lettere in cui ci dichiaravamo disperati per la lontananza e la nostalgia, avevamo smesso di scriverci, non trovando più abbastanza parole da dirci per riempire un foglio. Veramente era stato lui a non farsi più vivo, ma in tutta onestà gli ero stata grata per avermi evitato la fatica di portare avanti un insignificante rapporto epistolare fatto di frasi ripetute all'infinito, sempre uguali, fino a svuotarle di ogni possibile significato che avessero avuto in origine. Fatto sta che, nonostante fosse tutto finito, per molto tempo rimasi innamorata di quel bel sogno, immaginandomi che un giorno Federico potesse presentarsi alla mia porta con un enorme mazzo di rose rosse e portarmi via con lui per sempre. Invece non l'avevo mai più visto, anche se da qualche parte conservavo ancora il suo indirizzo, scritto sul tovagliolo di carta di una pizzeria.
Poteva essere ridicolo da parte mia, ma in un angolo del mio cuore conservavo dell'affetto per quel ragazzo che era uscito dal mio passato come fosse un film. Non perchè fosse stato il vero grande amore della mia vita, ma perchè amavo come mi aveva fatta sentire in quei giorni trascorsi insieme, e mi piaceva la Francesca che non nascondeva le sue debolezze, che non si preoccupava di essere imbranata e alle prime armi in campo di "seduzione". Con Federico ero soltanto una ragazzina che stava imparando a diventare donna, non mi sentivo obbligata a cercare di essere adulta prima del tempo. Potevamo parlare di cartoni animati, delle figurine dei calciatori, o dei grandi progetti che avevamo per il nostro futuro, delle nostre paure in un mondo pieno di ingiustizie, di dio e del male in perenne lotta fra loro. Tutto faceva parte di noi con la stessa intensità. Non avevamo bisogno di rinunciare a nulla nè di fare alcun sacrificio: la vita ci trascinava con sè e tutto era facile come scivolare su una pista di ghiaccio. Anche dirci addio era stato parte del tutto, senza lacrime e senza cuore in frantumi, una specie di lieto fine non troppo dolce ma logico e inevitabile.